Dal primo luglio 2026 la flotta di autobus di Torino ha superato una soglia simbolica: per la prima volta i mezzi elettrici e a metano sono più numerosi di quelli a gasolio nelle strade del capoluogo piemontese. Un traguardo raggiunto grazie all’ultima tranche di consegne finanziate dal PNRR, arrivata tra maggio e giugno, che porta la componente elettrica della flotta cittadina a 404 unità, affiancate da altri 166 mezzi alimentati a metano. Un cambio di passo che non riguarda solo il numero dei veicoli in strada, ma l’intero modo in cui l’azienda di trasporto pubblico locale gestisce energia, depositi e manutenzione, con ricadute dirette anche sui costi operativi di medio periodo.
Il traguardo del primo luglio
Il rinnovo della flotta torinese si inserisce in un piano complessivo da 170 milioni di euro, che ha previsto l’acquisto di mezzi di diverse tipologie: autobus da 12 metri per le linee urbane più frequentate, snodati da 18 metri per i collegamenti a maggiore capacità e mezzi dedicati al servizio Bus Rapid Transit. Ai nuovi arrivi si accompagna un programma parallelo di realizzazione di punti di ricarica, distribuiti tra depositi aziendali e capolinea cittadini, pensato per garantire l’autonomia operativa necessaria a una flotta sempre più elettrificata. Il superamento del gasolio come motorizzazione di minoranza segna così un punto di non ritorno per la mobilità urbana torinese, dopo anni in cui il rinnovo dei mezzi ha proceduto per tranche successive legate ai diversi bandi di finanziamento pubblico.
Perché il metano resta parte della strategia
Se l’elettrico rappresenta la punta più avanzata della transizione, il mantenimento e persino il rafforzamento della componente a metano non è un ripiego, ma una scelta strategica. Le linee a percorrenza più lunga o con minore disponibilità di infrastrutture di ricarica lungo il tragitto continuano infatti a beneficiare di un’autonomia superiore e di costi di gestione più prevedibili, in attesa che la rete di colonnine raggiunga una copertura capillare anche nelle zone periferiche. Questa impostazione a doppio binario consente all’azienda di trasporto di diversificare i rischi legati alle oscillazioni dei prezzi energetici, mantenendo al tempo stesso un percorso di riduzione delle emissioni coerente con gli obiettivi europei sulla decarbonizzazione della mobilità urbana e con le tempistiche non sempre lineari degli investimenti infrastrutturali.
Un deposito che si alimenta da solo
Tra gli interventi più significativi legati a questa transizione c’è la trasformazione energetica del deposito Gerbido, dove un nuovo impianto fotovoltaico entrato in funzione lo scorso aprile produce circa 800mila kWh l’anno, una quantità paragonabile ai consumi domestici di circa 300 famiglie. L’energia viene gestita da un sistema integrato che unisce pannelli solari, un accumulo elettrochimico da 4.500 kWh e 25 colonnine doppie da 120 kW, per un totale di 50 punti di ricarica in grado di rifornire due autobus contemporaneamente. Durante il giorno l’energia prodotta alimenta direttamente le ricariche, mentre quella in eccesso viene immagazzinata e riutilizzata nelle ore notturne, garantendo già oggi un livello di autosufficienza energetica del 25%, con margini di crescita fino al 35% se venisse approvato un ulteriore finanziamento ministeriale per nuove pensiline fotovoltaiche da installare sopra le colonnine esistenti nel piazzale del deposito.
Una flotta sempre più giovane
Il rinnovo dei mezzi sta avendo un effetto diretto anche sull’età media del parco circolante, un indicatore spesso trascurato ma decisivo per affidabilità, consumi e costi di manutenzione. Se nel 2024 l’età media degli autobus torinesi si attestava sugli 8,6 anni, nel 2025 è scesa a 6,5 anni, con una previsione di ulteriore riduzione fino a 5,4 anni entro la fine del 2026. Un valore nettamente inferiore rispetto alla media nazionale del parco autobus italiano, stimata intorno ai 9,4 anni secondo le associazioni di settore, e che colloca Torino tra le realtà più avanzate del panorama nazionale sul fronte del rinnovo flotte, un vantaggio competitivo non trascurabile in termini di continuità del servizio.
Per il trasporto pubblico locale italiano, l’esperienza torinese mostra come la transizione energetica non si esaurisca nell’acquisto di nuovi mezzi, ma richieda un ripensamento complessivo delle infrastrutture di ricarica e della gestione energetica dei depositi. Investire in produzione locale di energia pulita significa infatti proteggere le aziende di trasporto dalle oscillazioni dei prezzi dell’elettricità e del gasolio, liberando risorse da destinare al miglioramento del servizio. Un modello che, se replicato su altre città e adattato alle diverse esigenze dei territori, potrebbe accelerare ulteriormente il rinnovo delle flotte del trasporto pubblico su scala nazionale, in un momento in cui la pressione su costi energetici e manutenzione resta comunque alta per tutto il comparto.
Fonte | Torino Oggi Quotidiano Piemontese
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